La Casa dei Turchi

Troppo spesso si declassa l’edificio a mera struttura funzionale. Ci si chiede se davvero una rovina debba essere lasciata tale. Se solo nel continuo lavorio per la sua preservazione stia il rispetto della storia. Entrando in un luogo abbandonato da molti anni la polvere e gli oggetti lasciati nel disordine c’immergono in un mondo lontano. Quasi come se le storie che noi ci immaginiamo siano collegate da un sottile filo ciclico lungo tutti i secoli dalla costruzione del palazzo. E ne entriamo a far parte pure noi. Silenziosamente veniamo coinvolti nelle ragnatele, nelle riviste stropicciate, nei rumori che come un torrente continuano a scorrere. Qui sorge la paura. La paura di rompere questo incantesimo. Di rovinare questo silenzio. Si dà ragione al bisogno di preservare. Ma, al contrario, bisogna avere coscienza che l’edificio è il testimone muto dello scorrere del tempo. Nelle sue pareti rivestite di strati e strati rimane il suono silenzioso delle parole pronunciate al loro interno. Così la storia vera, quella delle persone comuni, può continuare ad esistere. Come in una tradizione orale dove il passaggio del testimone da generazione a generazione muta la forma ma mai il senso del racconto. E solo attraverso il rispetto e la comprensione di questa infinità di libri mai scritti noi potremmo vivere i nostri edifici come ciò che essi davvero rappresentano. Così tacere diventa un delitto quanto il distruggere.

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