Haut Atlas

Per un mese, armati di vecchi apparecchi fotografici analogici e qualche nozione antropologica, una lunga camminata tra le popolazioni berbere che abitano il dorso dell’Alto Atlante marocchino: da Imilichil al Jebel Toubkal (4160 mslm), la sua massima vetta e seconda cima del continente africano.
Il percorso si snoda tra le mulattiere e i passi che collegano fra loro le valli fluviali coltivate a cereali e costellate di villaggi, rinchiusi nei gite d’etape osservando il nevischio confondersi alla terra battuta. O cercando faticosamente la strada sul letto della gorgia inondata. Presi d’assalto da dozzine felici di bambini locali per avere in dono le penne (stylo). Aggrediti dai cani, impariamo a difenderci a sassate.
Movimento, stasi, movimento, eterna proiezione verso ciò che esclude il noto, provando la sensazione immaginata prima di partire di altri profili montuosi e altri boschi, la bellezza del pino d’Aleppo o delle tuia secolari (pioppi, querce, ulivi, ginepri, strani cipressi). Famiglie molto ospitali: ci danno da mangiare pane, olio, mandorle, burro e latte di capra. Passiamo il pomeriggio al sole prendendo in rassegna il ricordo dei volti; considerazioni sulla vita a casa, raffronto tra il quotidiano e quella che forse, con un po’ di arroganza, vorrebbe essere una grande impresa. La bellezza delle cose sconosciute, o delle persone vicine ma mai incontrate; allontanandoci dall’ostinazione nel bere delle nostre notti invernali – il lento e costante protrarsi delle faccende comuni – l’incedere delle stagioni muovendoci verso sud ovest – come cresce il grano. Nel capire quali sono i propri desideri, capire per credere, credere per non smettere di camminare. La necessità di percorrere lunghe distanze. Basilari opposizioni. A volte pensando di indossare dei vestiti puliti, radersi la barba, la volontà di trasmettere un messaggio asciutto – che diviene dal respirare una certa aria di settentrione, allora abbastanza lontana.

Amore per la vita autosufficiente che conducono queste persone. Amore per la lentezza con cui scorre la vita in questa terra di contrasti, soprattutto climatici da ustionarti le labbra, amore per la capacità vecchia millenni di poter vivere confondendosi con le case, gli oggetti, gli animali, il paesaggio; senza ossessioni mediche o piani regolatori.

 Alessio Maggiani